Alessandro D’Avenia: «Per me scrivere e insegnare vogliono dire vivere»

DaveniaCorso Magenta, Milano. Incontriamo Alessandro D’Avenia a due passi dal Cenacolo leonardiano, nella scuola dove insegna già da alcuni anni. Italiano e latino. Due materie apparentemente ostiche, considerate lontane dai “veri problemi”, ostacoli a una vita più tranquilla e spensierata. Ma c’è chi, come il professor D’Avenia, non ci sta; sarebbe un peccato perdere l’occasione di conoscere Leopardi, Seneca e Omero, tutti autori che stima e cita con occhi lucidi.
Sono le dieci e quaranta di mattina, prendiamo un caffè nel bar della scuola. Corridoi vuoti, aule piene. Immediatamente ci immedesimiamo in uno dei tanti ragazzi e chiediamo di farlo anche ad Alessandro. «Mi ricordo perfettamente i due giorni e mezzo passati ininterrottamente a leggere Lo Hobbit di Tolkien, il primo libro che ha aperto in me la magia della letteratura», confida. «Ero in quinta elementare e mi ricordo in che stanza lo leggevo, e che musica ascoltavo. Lì ho capito che la realtà non è solo quella che si vede ma, come direbbe Montale, ogni immagine, ogni cosa dice “più in là”». Una lotta continua, vorace, con i libri, «per strapparne segreti, verità». Inizia così per lui una sfida radicale, un ininterrotto cercare il segreto delle cose, che lo porterà a intraprendere la nuova avventura della scrittura. «Noi a volte pensiamo di dover parlare con Dio in una maniera straordinaria, cercando di inventare chissà che cosa, mentre l’alfabeto che Dio ci ha prestato per parlare con Lui sono i talenti che abbiamo», racconta con il suo accento inconfondibile, metà siciliano e metà milanese. «Per me scrivere e insegnare vogliono dire vivere, perché io so fare questo. È dove mi sento a casa, nel posto giusto all’interno del mondo; è una maniera di parlare con Dio, quindi di pregare e vivere, perché la preghiera è vita».
Custodire e coltivare
È chiaro fin da subito che in ballo non ci sono lezioni scolastiche più o meno seducenti o metodi di scrittura più o meno accattivanti: entra in gioco un concetto più ampio, che coinvolge ogni sottile sfaccettatura della vita. Come quello della vocazione. «Si tratta semplicemente di rinascere ogni giorno», racconta il Prof2punto0 (questo il suo nome su twitter). «Mi viene sempre in mente la scena originaria della vocazione dell’uomo, quella di Adamo, posto nell’Eden per custodirlo e coltivarlo». Custodire e coltivare sono due verbi che ama particolarmente, soprattutto nella loro singolare sequenza: «Custodire significa amare: tu vedi il seme della rosa e, siccome sai che diventerà una rosa, fai di tutto perché si creino le condizioni per cui questo accada». Una lotta quotidiana per aiutare le cose a compiersi. «Coltivare vuol dire che non tutto è già detto, ma che il Creato ha delle possibilità, tutte da scoprire». Come io ogni giorno custodisco le ventiquattro ore, le persone e le cose che incontro? Come coltivo i miei talenti, il mio stare al mondo, in quelle ventiquattro ore? «Se uno fa questo – spiega –, si mette in vera relazione con le persone e con le cose: in questo modo, inevitabilmente, la realtà ha un rimando fortissimo, e diventa più semplice comprendere quale posto puoi occupare nel mondo».
Così, le testimonianze di molti della storia (dal cantante del momento all’amico di sempre, dal poeta di centinaia di anni fa al professore incontrato durante un’ora di supplenza) diventano fondamentali per una crescita personale. Un valore aggiunto che non possiamo permetterci di perdere. «Noi siamo sin dal grembo delle nostre madri degli esseri che costruiscono sé stessi nel tempo: siamo storici. Ci servono le storie per capire qual è la nostra, la quale però non possiamo sapere in anticipo. Quindi, c’è questo equilibrio instabile di desiderio di sapere come va a finire, accompagnato dal fatto che non lo possiamo veramente prevedere». Un rischio continuo. Esiste però qualcosa che lega migliaia di uomini, un enorme fil rouge storico: si tratta della «sete di destino, del desiderio di destinare la propria esistenza». Ma attenzione: «Il relativismo culturale in cui siamo immersi ha un effetto devastante su questo, perché per esso non esistono storie più valide di altre. È interessante, invece, vedere che lo stesso cristianesimo è una storia: è la storia di Gesù Cristo, non è chissà quale teoria. È l’unica storia di cui sappiamo che, nonostante le cadute e le ferite, andrà bene».
Bianca come il latte, rossa come il sangue è diventata subito un bestseller internazionale; tradotto e distribuito in oltre venti paesi. Ma per D’Avenia il successo non è sinonimo di quel milione di copie vendute. È invece un continuo amore, dato e ricevuto, soprattutto dopo la pubblicazione del romanzo. «Tra tutte le storie di lettori e persone intraviste e conosciute ne ho una che mi è rimasta particolarmente impressa. Una ragazza malata di anoressia mi ha scritto il giorno in cui è stata dimessa dall’ospedale. Una dottoressa le aveva lasciato sul comodino il mio libro che, rimasto chiuso per molti giorni, le ha fatto inaspettatamente compagnia in una notte insonne. Vedere raccontato il dolore con speranza ha sbloccato in lei qualcosa, spingendola a reagire». Nasce così uno scambio di mail che interroga e accompagna entrambi. Ma dopo un mese di silenzio, D’Avenia riceve un messaggio dalla madre della ragazza: «Mi aveva scritto per dirmi della morte della figlia. Nel ringraziarmi, ricopiava una pagina del diario della figlia dedicata al mio libro e alla corrispondenza con me». Alla fine di questa pagina, una frase del romanzo: «Proprio quando ci sentiamo più poveri, la vita, come una madre, sta cucendo per noi il vestito più bello». La conferma che quel libro andava scritto.
Una ricerca personale
Ne è valsa senza dubbio la pena, dice D’Avenia, anche se tutto ciò comporta una enorme responsabilità. «Essere responsabili vuol dire provare a essere all’altezza di quello che la realtà ti chiede: la realtà chiama e tu devi rispondere». In uno dei suoi libri più conosciuti, Diario di un dolore, C. S. Lewis afferma che «il dolore è una crepa in mezzo alla parete uniforme della razionalità umana». È un vuoto, un qualcosa di difficile da ricostituire, come emerge dalla storia tra Leo e Beatrice (protagonisti di Bianca come il latte, rossa come il sangue), segnata da una ferita a volte insopportabile e insostenibile. Ma il dolore «va letto in chiave di compimento. Io credo ci sia un dolore buono, quotidiano, – dice D’Avenia – che è il doversi un po’ espropriare di noi stessi, vincendo il proprio egoismo, il proprio limite nella capacità di amare». Così, cambia anche il modo di entrare in classe, di presentare un autore. Un modo più faticoso di affrontare il quotidiano, ma decisamente più affascinante. Per quanto riguarda l’altro tipo di dolore (quello che non ci scegliamo noi), «non ci sono uomini che lo abbiano risolto. C’è solo un fatto, che è quello della resurrezione di Cristo, dove morte e dolore non hanno l’ultima parola». Si tratta, secondo D’Avenia, dell’unica vera possibilità di integrare il dolore e la morte all’interno di un fatto dove «a vincere è l’amore». Questa è una ricerca che «ciascuno fa personalmente e autonomamente, a cui io mi aggrappo con tutte le mie forze perché altrimenti non saprei gestire e affrontare sconfitte e dolori».
Dopo una lunga operazione di produzione e riprese (condivisa dallo stesso D’Avenia con molti lettori, attraverso un continuo aggiornamento sui social network), è ora nelle sale di tutta Italia il film prodotto da Lux Vide e Rai Cinema tratto dallo stesso romanzo.
Un lavoro certosino
Un lavoro che ha affascinato l’autore, che racconta: «Mi sono goduto lo spettacolo di gente che apportava a qualcosa di mio la sua capacità di prendersi cura del proprio pezzo di giardino dell’Eden». Una storia che, nata privatamente, si ricrea dal contributo di molti collaboratori. «La cosa più bella è stata vedere che una storia che avevo inventato metteva in moto la vita interiore e la professionalità di tante altre persone. Non era più una cosa solo mia, ma si arricchiva dello stare al mondo degli altri. Ho sofferto perché molte volte vedevo “il mio territorio” invaso, ma si trattava semplicemente di ripensare i personaggi dandogli nuove sfumature».
Tantissimi dettagli che solitamente non si notano, nascono invece da un lavoro certosino di molti, come quello della scenografa che «ha trasformato una città intera con questo gioco di colori». Bianco e rosso. Ma anche la scelta degli attori non è stata fatta in modo casuale: ognuno aveva un motivo che l’ha portato in quella storia. L’attrice francese Gaia Weiss, non ancora particolarmente nota nel Belpaese, ha perso la cugina a causa di una feroce leucemia e, per prepararsi a interpretare la rossa Beatrice, ha letto e riletto le sue annotazioni giornaliere, regalatele dallo zio per l’occasione. Come riconosce D’Avenia, «quando ci prendiamo cura (ossia custodiamo e coltiviamo) del nostro pezzo di giardino, inevitabilmente succede che quel pezzo diventa casa anche di tanti altri. Immagina che posto potrebbe essere il mondo!».

«Mio padre Robert Doisneau, che ha mostrato tutto quello che viveva intorno a lui»

Intervista a Francine Deroudille, figlia dell’artista. «Pensava che, per osservare bene un fatto, bisognasse restare permeabile ad esso, senza avere troppe pretese aprioristiche»

ImmagineÈ in corso, presso lo spazio Oberdan di Milano, un’esposizione di oltre 200 fotografie di Robert Doisneau, riconosciuto in tutto il mondo come uno dei più importanti maestri della fotografia. Ne parliamo con la figlia dell’artista, Francine Deroudille, che ha creato un atelier con lo scopo di conservare e ordinare i lavori del padre.

Madame Deroudille, qual è la parte più bella del suo lavoro all’interno dell’atelier Robert Doisneau? Sta trovando delle parti inedite della personalità del Doisneau-fotografo?

È abbastanza difficile rispondere a questa domanda, ma in effetti si trovano ancora degli inediti tra le sue opere. Il nostro lavoro non consiste nel privilegiare una parte piuttosto che un’altra: un’opera è un insieme di più elementi e non la si può comprendere se non si guarda alla totalità di essi. Mio padre è molto conosciuto per un piccolo numero di foto (come il celebre “Bacio dell’Hotel de Ville”, o alcune scene rubate lungo la Senna) ma altre foto stanno diventando sempre più conosciute. Nel nostro atelier si cerca di lavorare a fondo su alcune parti del suo lavoro facendo alcune selezioni, e cercando di entrare nel contesto di ogni singola foto, arrivando a una concezione globale del suo lavoro, che ci siamo accorti essere più completo di quanto potesse sembrare all’inizio.

Nell’esposizione di Milano ci sono molte foto che appartengono a mondi completamente differenti tra loro (le banlieues di Parigi, Les Halles, clochards, attori e altri personaggi appartenenti al mondo della moda e della poesia). Secondo lei, come poteva rappresentare, con lo stesso spirito, queste realtà così differenti e talvolta contraddittorie?

Lei ha completamente ragione, mi fa piacere che dica questa cosa. Lui cerca di mostrare la sua enorme curiosità nell’entrare e nel voler comprendere il mondo intero. Lui pensava che non c’era bisogno di andare troppo lontano o fare viaggi straordinari per vedere questa diversità. Aveva una grande curiosità. Per due anni ha fotografato per Vogue in ambienti straordinari, conoscendo molte personalità celebri appartenenti a un ambiente estremamente favorevole, ma dopo la fine della guerra mondiale voleva far vedere un’altra realtà. Ha fatto, in effetti, il lavoro che fa un giornalista: passava dal fotografare, con semplicità, degli amanti nei giardini pubblici di Parigi fino all’ultimo clochard della città. Si tratta semplicemente della vita degli anni che ha attraversato. Ha mostrato tutto quello che viveva intorno a lui.

In ogni caso, la vita quotidiana resta al cuore dell’opera di Doisneau. Ha detto: «Bisogna osare essere come degli animali; è così raro, in un’epoca piena di intellettuali che sanno tutto e non guardano più niente». Da dove viene il suo attaccamento alla semplicità?

Credo che questa fosse una cosa essenziale per lui. Il suo modo di lavorare era assolutamente naturale. Pensava che, per osservare bene un fatto, bisognasse restare permeabile ad esso, senza avere troppe pretese culturali o aprioristiche. Il segreto è guardare un’opera con uno sguardo nuovo, sincero e permeabile.

Come il “senso dell’istante” di cui parlava suo padre (e che è assolutamente tangibile nelle sue foto) può convivere col fatto che molte di esse sono il risultato di un lavoro preparatorio di costruzione dello stesso artista? Ad esempio, il celebre “Bacio de l’Hotel de Ville” non è una foto che coglie di sorpresa due amanti casuali: erano due attori.

“Il bacio de l’Hotel de Ville” era una foto su richiesta, commissionata dalla rivista Life, che aveva donato già in precedenza uno schema su cui basarsi. Mio padre lavorava come reporter fotografico. A suo avviso, un’opera è anche l’attimo che viene rubato ai suoi “lavoratori”, ai suoi complici. Un’opera può anche essere richiesta da una rivista, ma il modo con cui viene fatta è il più libero possibile. Egli voleva assolutamente andare al di là di quello che la rivista gli chiedeva. Questa foto, per prendere un esempio conosciuto pressoché a tutti, era su richiesta: i due erano attori che però si amavano veramente. Essi hanno passato una giornata a camminare per la città, ma senza che fosse presente alcuna posa. Mio padre ha colto l’attimo del bacio per scattare la foto che, nonostante fosse richiesta, rimase in un’atmosfera totalmente naturale. Non si riesce mai a distinguere tra ciò che è vero e ciò che è costruito: si tratta di un mondo ricreato. C’è sempre qualcosa di misterioso: è teatro o realtà? Si cerca di ricreare un mondo che si trova all’interno della propria immaginazione. Lui stesso diceva: «Quello che io cercavo di mostrare era un mondo dove mi sarei sentito bene, dove le persone sarebbero state gentili, dove avrei trovato la tenerezza che speravo di ricevere. Le mie foto erano come una prova che questo mondo può esistere». Non c’è nelle sue foto una realtà oggettiva, ma c’è un mondo che l’artista cerca di ricreare, di dimostrare, una verità che trova nella sua mente e nel suo cuore.

Suo padre ha dichiarato: «A mettermi in moto è sempre stata la luce del mattino, mai il ragionamento. D’altronde che c’era di ragionevole nell’essere innamorato di quello che vedevo?». Nelle sue foto si può trovare la chiave per vedere ogni aspetto della realtà con questa coscienza?

Credo che le sue più belle foto nascano da questo. Si trattava di guardare semplicemente attorno a sé, le piccole scene della vita illuminate dalla luce del mattino. Aveva uno sguardo di un’attività incredibile. Una delle mie amiche mi dice sempre che la cosa che le manca di più di lui è la fiamma del suo sguardo.

Doisneau è sempre stato un narratore della realtà. Anzi, molte volte ha utilizzato le sue opere per mettere al centro della discussione alcune parti della realtà che solitamente restano escluse e dimenticate. A suo avviso, oggi cosa bisognerebbe raccontare e fotografare? Che cosa ha bisogno di vedere l’uomo di oggi?

Questo è molto difficile da dire perché il mondo contemporaneo è molto differente da quello che ha lasciato mio padre al momento della sua morte, nel 1994. Molte cose sono cambiate. Credo però che oggi mio padre avrebbe la stessa attitudine che utilizzava nel suo lavoro, ossia guardare. Guardare proprio dove nessuno sta guardando. Secondo me oggi dovremmo voltarci verso cose meno spettacolari, ma più essenziali.

Pubblicato il 15 marzo 2013 su http://www.tempi.it